L’anno d’oro di Gesuino Nemus

Un 2016 di grandi soddisfazioni per l’esordiente scrittore di Jerzu, premiato dalla comunità letteraria e dalla critica

| di Claudia Fanzecco
| Categoria: Personaggi
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Il 2016 è decisamente l’anno di Gesuino Nemus. Con la sua prima fatica “La teologia del cinghiale” (Editrice Elliot), il cinquantottenne Matteo Locci da Jerzu in arte “Gesuino Nemus” ha bagnato l’esordio nel mondo letterario con la vittoria dei premi “Selezione” Bancarella e Campiello “Opera Prima” e l’accesso alla finale del Bancarella.

Custodito in un cassetto per quarantasette anni, “La teologia del cinghiale” ha conquistato il pieno favore della giuria del Campiello presieduta da Ernesto Galli della Loggia, che ha definito l’opera un “sorprendente esordio” e una “orchestrazione davvero sapiente che approda a un finale insospettato e inatteso”.

Elementi tipici del genere giallo, che Nemus rivisita in chiave folkloristica ambientando il suo romanzo in un piccolo paese dell’Ogliastra, Telévras, scosso dalla misteriosa morte di due uomini e animato dalle vicende dei due giovanissimi protagonisti. Da uno di loro – il piccolo Gesuino Nemus – Matteo Locci prende in prestito il nome per firmare l’opera: “Un vezzo che mi concedo, come faceva Pessoa”, spiega lo scrittore.

Reduce dal successo straordinario del romanzo d’esordio, nel giugno scorso Nemus pubblica il suo secondo racconto dal titolo “I bambini sardi non piangono mai”. Identica l’ambientazione ogliastrina, identici i contorni di mistero (due nuove morti sospette), cambiato in parte il protagonista: diventato ormai adulto dopo una vita trascorsa in manicomio, Gesuino è alle prese con la stesura del suo nuovo libro nella speranza di vederlo un giorno pubblicato.

È con questo biglietto da visita che Matteo Locci si è imposto all’attenzione del mondo letterario. Una delle tante eccellenze sarde condannate all’anonimato “salvata” dalla crisi del mondo del lavoro, dalla quale lo scrittore è rimasto travolto all’età di 55 anni. Costretto a rimettersi in discussione, Locci ha così trovato la forza di portare allo scoperto la sua straordinaria abilità nel raccontare storie.

Un’abilità che risale addirittura agli anni dell’infanzia: la trama de “La teologia del cinghiale” nasce quando l’autore ha appena 12 anni e cresce nel tempo insieme a lui. Cambia anche lo stile di scrittura, da quello acerbo dei primi appunti a quello maturo del Matteo Locci che oggi corona il sogno di una vita ottenendo prestigiosi riconoscimenti dall’intera comunità letteraria.

Primo passo di un percorso che vedrà Gesuino Nemus impegnato in un vero e proprio ritorno alle origini: “Ricomprerò quella stanzetta miserrima, in via Cavour, che mi ha visto nascere –  confessa – 20 metri quadrati, senza acqua, bagno, luce né gas. E scriverò lì dentro le cose più sincere del mondo. ora, posso permettermelo”.

Claudia Fanzecco

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