Gisella Orrù: un mistero lungo 17 anni

Tante ancora le zone d'ombra sul caso della giovane carboniense uccisa nel giugno '89

| di Angelo Ciardullo
| Categoria: Storia
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La sera del 28 giugno 1989 scompare da Carbonia la sedicenne Gisella Orrù. Gisella – studentessa al secondo anno di ragioneria presso l’Istituto tecnico “Angioy” – vive insieme alla sorella minore Tiziana in casa della nonna paterna Luigina Vacca, ex bidella. È la nonna a prendersi cura delle ragazze, perché il loro padre – affidatario delle figlie dopo la separazione con l’ex moglie Graziella – è costretto a lunghe assenze dal mestiere di camionista.

Non vedendo tornare la nipote, Luigina chiede aiuto al vicino Salvatore Pirosu, amico di famiglia che le ragazze chiamano affettuosamente “Zio Tore”. Quarantenne disoccupato, Pirosu vive insieme alla anziana madre si guadagna da vivere come lavoratore occasionale. Pirosu e nonna Gina vanno dunque in cerca di Gisella, ma senza alcun risultato.

La mattina seguente Gina riceve una telefonata anonima in cui una voce femminile la avverte che Gisella trascorrerà le vacanze con lei e la sua famiglia. Contemporaneamente anche la nonna materna di Gisella, Rosanna Zucca – titolare di una pasticceria a Iglesias – riceve una telefonata molto simile.

Nelle ore e nei giorni seguenti le ricerche da parte degli inquirenti procedono senza sosta, finché il 13 luglio una nuova telefonata anonima – diretta questa volta ai carabinieri – comunica con voce femminile che nel sifone di una condotta idrica nelle campagne di San Giovanni Suergiu c’è un cadavere di donna. Le forze dell’ordine si precipitano sul luogo e – dopo aver calato un sub a oltre dieci metri di profondità – recuperano il corpo senza vita di una ragazza: dalla catenina e dall’orologio si capirà che si tratta proprio di Gisella Orrù. Il cadavere presenta segni di violenza sessuale, profonde ferite da corpo contundente sulla nuca, e – si scoprirà in seguito all’autopsia – un foro all’altezza del cuore, forse segno di una stilettata.

Immediate partono le indagini. Pochi giorni dopo, si ripete il rituale della telefonata anonima: una donna avvisa gli inquirenti di aver visto Gisella salire a bordo di una Fiat 126 bianca la sera del 28 giugno. Macchine di quel modello sono molto diffuse. Anche Salvatore Pirosu ne possiede una.

Pirosu viene sentito in caserma, dove nel frattempo i carabinieri – scavando nel suo passato – hanno scoperto che lo “Zio Tore” ha una condanna per lesioni ai danni di una prostituta nel 1969. La frequentazione di prostitute è peraltro un vizio che l’uomo sembra non essersi mai tolto. Messo sotto torchio dagli inquirenti, Pirosu alla fine confessa: a uccidere Gisella non è stato lui ma il suo complice Licurgo Floris, un meccanico trentasettenne con precedenti penali legato agli ambienti della prostituzione.

Secondo la sua stessa ricostruzione, Pirosu avrebbe avvicinato la ragazza su richiesta di Floris: una volta convinta a salire sull’auto, Pirosu avrebbe raggiungo Floris e altre due persone, Gianna “Janette” Pau, prostituta ventenne, e Giampaolo “Titino” Pintus, trentatreenne con problemi di tossicodipendenza. Lasciata Gisella con Floris e Pintus, Pirosu si sarebbe diretto con la Pau verso il mare, a Punt’e Trettu, appartandosi nella vegetazione a poca distanza dal terzetto. Lì Floris avrebbe poi ucciso la sedicenne, chiedendo aiuto a Pintus per occultare il cadavere nelle campagne di Matzaccara, frazione di San Giovanni Suergiu.

Pintus finisce in manette insieme agli altri tre presunti complici. In corso di dibattimento emerge un quadro inquietante di ricatti e prostituzione minorile. Un giro a cui sarebbero presumibilmente legate altri morti misteriose avvenute nel centro sulcitano come quella della diciassettenne Liliana Graccione, suicidatasi il 17 aprile di quel 1989 ingerendo una dose di stricnina.

Al termine del processo, Pintus e Pau vengono scagionati mentre per gli altri due imputati arrivano le condanne definitive: omicidio volontario per entrambi, aggravato per Floris da rapimento a scopo di libidine e occultamento di cadavere. 30 anni per lui, 24 per Pirosu.

Sembrerebbe finita qui, se non fosse per il fatto che la versione fornita da Pirosu presenta non pochi punti oscuri. Una ricostruzione piena di lacune alla quale lo stesso Gisello Orrù – trasferitosi nel frattempo con l’altra figlia Tiziana in Veneto – non ha mai dimostrato di credere.

Una mezza verità che rischia di rimanere definitivamente tale dopo il suicidio in carcere di Licurgo Floris nell’ottobre del 2007 e la misteriosa scomparsa di Pirosu pochi mesi dopo: tornato in libertà nel 2008 grazie all’indulto e a una serie di benefici legati alla buona condotta, “Zio Tore” è svanito nel nulla senza lasciare traccia.

Angelo Ciardullo

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