"Vado in Sudan per fare davvero il medico"

La storia di Alessandra Napoleone: lascia il Brotzu e si arruola con Gino Strada di Emergency. "Stanca della burocrazia, volevo sentirmi utile"

| di Claudio Cugusi
| Categoria: Attualità
STAMPA

Fotogallery: clicca sulle immagini per ingrandirle

printpreview

Ora che è atterrata, può chiamare casa e dire a tutti: “Tranquilli, sto bene. Sono partita perché il mio posto è qui”. In Sudan, in sala operatoria. Nell’ospedale del suo amico e collega Gino Strada, fondatore di Emergency. “Ho firmato per lavorare con loro per un anno, poi si vedrà

Entriamo per un attimo nella sezione complimenti sinceri: Alessandra Napoleone è prima di tutto una donna straordinaria, conosciuta a Cagliari e in Sardegna. Per via del basket che ha praticato, da atleta e da dirigente. Per il giuramento di Ippocrate che ha tenuto poco meno di quarant’anni fa e che non ha mai tradito. E poi la sua fede cattolica, da vera ultrà di Sant’Efisio. Per la sua cordialità e umanità manifesta.  A tutto questo da oggi, dopo una chiacchierata di quindici minuti, aggiungiamo la schiettezza. Al limite della sfrontatezza: “Fare il medico in Italia, soprattutto il primario, è diventato un lavoro totalmente burocratico. Che con la salute delle persone c’entra sempre meno. Avevo bisogno di tornare in prima linea  e così, dopo alcune esperienze in giro per Asia e Africa, sempre con Emergency ma anche con medici senza frontiere, ho lasciato il mio posto di primario al Brotzu. E sono partita, da pensionata”. Anche un po’ schifata, tutto sommato? “Infastidita, sì. Perché ormai i pazienti e i loro familiari ti chiamano in causa per ogni sospetto, anche il più infondato. E ogni volta il medico si deve difendere in giudizio da accuse, anche incredibili. La morte è la morte: va accettata. Soprattutto se tuo padre aveva novant’anni. E se non la accetti e vai in Tribunale allora vuol dire che il tuo fine è un altro, Ma questa è l'Italia di oggi”.

Chiariamo: nessun riferimento a una specifica vicenda. Quella della dottoressa Napoleone, Sandra per gli amici, è proprio una riflessione a voce alta. Possono esserne capaci soltanto le persone libere, che nulla a nessuno devono. Figlia di medico, sorella di medico, moglie di medico: i camici li hanno davvero in casa i Napoleone e li indossano con orgoglio e con rispetto. “Qui dove sono, nel nuovo ospedale di Gino, starò tre mesi e poi si vedrà se mi manderanno in un’altra struttura. E’ un centro meraviglioso ed efficiente, costruito di recentissimo. Ho un alloggio mio e molto lavoro da svolgere in sala: arrivano pazienti da mezza Africa. Ma va bene così: era quello che volevo”.

In Sardegna, dove la collettività spende 400 mila euro per formare all’Università un medico e poi lo tiene a spasso, da precario, fino a che quello non si stanca e gira e trova subito un contratto negli Usa o in Inghilterra, beh, in Sardegna sembra impossibile anche che i medici facciano i medici. Conta più trasfeire le sedi delle Asl da Cagliari a Sassari. Ma questa è un’altra storia. Che Sandra Napoleone si è lasciata alle spalle, al check in per Khartoum, profondo Sudan. 

Claudio Cugusi

Contatti

redazione@cagliariquotidiano.net
redazione@cagliariquotidiano.net
Accedi Invia articolo Registrati
Cittanet
Questo sito utilizza cookies sia tecnici che e di terze parti. Continuando la navigazione acconsenti al loro utilizzo - Informativa completa - OK