Rombo di Tuono, l'antidivo in una Cagliari marginale

Dallo scudetto ai campetti dei ragazzini: amarcord per Gigi Riva, che oggi compie 72 anni

| di Federico Fonnesu
| Categoria: Sport
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Non ho mai visto giocare Gigi Riva. Quando da bambino mi avvicinai al calcio, lui aveva appena smesso, stanco e triste dopo l’ennesimo grave infortunio. Gli ho sempre voluto bene, come se fosse un’entità divina, una sorta di capostipite da adorare in famiglia. Da bambino abitavo nel quartiere di San Benedetto e spesso capitava di incontrarlo: in via Satta a Cagliari, dove abitavo, c’era e c’è un piccolo parcheggio, incastrato tra i palazzi, dove (allora si giocava ancora in mezzo alla strada) io e altri quaranta bambini rincorrevamo un pallone in partite che non finivano mai. Riva andava a trovare il suo commercialista in un palazzo vicino. Quando arrivava lui, Rombo di Tuono, le partite si fermavano. Timidamente (io), più sfrontatamente (gli altri) gli si faceva incontro per un autografo, una parola, un gesto di ammirazione. E lui, seppur serioso e compassato al limite dello scontroso, aveva sempre dei modi gentili, soprattutto nei confronti dei più giovani. Era (ed è) un mito. Mi sembrava strano che un giocatore di quella levatura potesse abitare a Cagliari, una città abbastanza marginale, soprattutto negli anni Settanta.

Non avendolo mai visto sul campo, nel tempo mi sono documentato, fagocitavo articoli e ritagli di giornale che riguardavano le sue gesta. Rimasi impressionato dai numeri che giravano attorno a Riva: 42 partite (pochissime) in Nazionale, 35 gol (mai nessuno è riuscito a fare meglio, una cosa assurda se si pensa quanto si giochi adesso), una promozione dalla B alla A, uno Scudetto, per tre volte ha vinto la classifica dei cannonieri in serie A, si è classificato una volta secondo e una volta terzo nella classifica per il Pallone d’Oro, con la maglia della Nazionale ha vinto un Campionato d’Europa ed è arrivato secondo ai Mondiali del 1970 in Messico. Da dirigente azzurro è stato Campione del Mondo nel 2006. In serie A ha realizzato 156 reti in 289 partite, con una media gol di più di una rete ogni due gare (più precisamente 0,54 gol a partite - come Beppe Signori - meglio come media, tra quelli che lo precedono come reti realizzate, hanno fatto solo Gunnar Nordahl, Giuseppe Meazza e Gabriel Batistuta). Presto riceverà il Collare d’Oro, massimo riconoscimento sportivo in Italia. Nonostante tutto, Riva è sempre lo stesso. Solitario, ombroso: lo stesso ristorante da una vita, le stesse persone, gli stessi incontri, le stesse azioni quotidiane, da quando ha abbandonato il calcio giocato e poi, quello da dirigente.

Quando da bambino guardavo le sue foto rimanevo incantato: la sua elevazione, i suoi movimenti in campo ricordavano quelli di un eroe omerico, così diverso dai giocatori attuali. Più avanti scoprii anche che quell’uomo aveva avuto un’infanzia difficile (perse i genitori giovanissimo) e che soprattutto aveva un cervello, una dignità, un pensiero che andavano ben al di là delle semplici giocate calcistiche. Quell’uomo era ed è un lombardo diventato sardo. Rispettoso, vicino ai bisogni di un popolo, quello isolano, che non ha mai avuto tantissimi motivi per essere felice. Povero da ragazzo, non si dimenticò mai delle sue origini. Per questo rimase sempre, da giusto, dalla parte dei deboli, dei bisognosi, delle persone senza ambizioni (lui stesso, al di là del personaggio, era una persona senza grandi ambizioni). Un uomo. Quando arrivò giovanissimo (e tifoso interista), in un aeroporto di Elmas che assomigliava più ad una pista di atterraggio per ultraleggeri, nel 1963 pensò subito di scappare. Precedentemente aveva giocato solo con il Laveno Mombello, sul lago Maggiore, squadra del paese che si trovava accanto al suo (Leggiuno), dove faceva anche il meccanico, e con il Legnano, in serie C. Non se ne andò mai più. Non ha mai ascoltato le sirene delle grandi squadre che avrebbero fatto follie per averlo. Ha sempre voluto il Cagliari. E così è stato. In campo era una forza della natura: mancino naturale, giocava con la maglia numero 11, agiva sulla sinistra per poi accentrarsi. Tiro terrificante, doti aeree impressionanti, Riva aveva un coraggio eccezionale. I tifosi del Cagliari e della Nazionale lo adoravano, i tecnici, gli avversari, i compagni di squadra lo rispettavano. Gianni Brera per lui coniò il soprannome “Rombo di Tuono”, mentre i i tifosi del Cagliari lo chiamavano “Arrogadottu” (“Rompitutto”).

Un giocatore fantastico, emozionante, commovente. Come pochi altri. La sua vita, le sue difficoltà iniziali, la sua esplosione, le sue vittorie, i suoi incidenti, la sua rinascita hanno un sapore epico. Quando da ragazzo lessi sulla Gazzetta dello Sport Illustrata le sue gesta rimasi folgorato: per me Riva non aveva nulla da invidiare a Ulisse, Achille, Ettore e a tutti quelli eroi omerici che riempivano i miei pensieri da bambino prima di addormentarmi. Oggi Riva compie 72 anni. Da giornalista mi è capitato qualche volta di avere a che fare con lui, per un’intervista o un pensiero su qualche personaggio legato al “suo” Cagliari. Poche volte si è aperto: ha sempre preferito aprirsi e sorridere con le persone a lui vicine, le persone care o quelle umili, del popolo, della vita. Per le quali ha sempre avuto una predilezione. Come Fabrizio de Andrè, che Riva ammirava, ricambiato. Adesso la sua vita sono le cose piccole, le cose di un uomo di 72 anni, i figli, le nipotine, la semplicità.

Semplicità che è sempre stata un suo credo (Zeffirelli gli offrì persino il ruolo di San Francesco, che rifiutò immediatamente). Quando vinse lo scudetto con il Cagliari fece felice un intero popolo. I Sardi, grazie a lui, in parte, interpretarono quella vittoria sportiva come un riscatto. Non è mai cambiato, nemmeno davanti a lusinghe politiche o pubblicitarie. Ha preferito restare dalla parte dei pastori, degli operai in cassa integrazione, degli emigrati per necessità. Un allenatore della nazionale juniores disse: "Riva mette la testa dove gli altri fanno fatica a mettere i piedi”.
Buon compleanno, Campione.

Federico Fonnesu

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