STORIE D'ALTRI TEMPI

La 126 e la vigna

| di Vincenzo Maria D'Ascanio
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Quando avevo 19 anni, avevo una 126 rossa, identica a quella della foto. In realtà era di mia madre, ma in seguito a varie vicende ed una vigoroso esproprio proletario, passò a me. La 126 poteva sembrare piccola, ma in realtà era un carro armato. Solitamente viaggiavamo illegalmente in cinque, il portabagagli stava davanti ed al suo interno c'erano zappe, martelli, macete, perché mio padre la utilizzava come piccolo deposito. Una sera, mentre ci trovavamo a Barisardo, lanciai un'arancia verso una volante, cioè, la lanciai nella loro direzione, non mi ero accorto che si trattava di una volante. Comunque, ci fecero scendere e ci perquisirono, ma fortunatamente non guardarono nel bagaglio anteriore dove, secondo me, c'era anche qualche bottiglia molotov.

Una mattina di settembre andammo a vendemmiare, io, il mio amico P., ed il mio amico M. Sapevo cosa mi aspettava, ma quella mattina i due avevano deciso di esagerare. Non appena sceso (erano le sei del mattino) P. mi passò con noncuranza una mega canna, qualcosa di spaventoso. Finito il mio giro, stentavo a riconoscerli. Comunque. salimmo sulla 126 e ci dirigemmo per le stradine del Pardu, il fiume che forma la vallata dove si trova Jerzu (infatti, con mazzi di originalità, è stata chiamata "Valle del Pardu"). P. stava seduto davanti, e sorrideva senza ragione. M. stava su sedile con gli occhiali da sole (era l'alba) ed aveva un viso terribilmente serio, come se sotto il vestito avesse mazzi di bombe a mano, e si stesse preparando ad un'operazione di rappresaglia. Io era già in condizioni pietose, alla prima curva avventata, avrei vomitato dal finestrino.

Quei due, intanto, continuavano a rollare canne a ripetizione, come due mezzi meccanici. io l'erba non la reggevo, men che mai la mattina appena svegliato, ma non rifiutavo mai il mio turno perché, chi ha vissuto periodi di magra, sa perfettamente che in determinati momenti è "meglio abbondare". Se mi comportassi nello setto modo adesso, capitolerei al secondo tiro. Al tempo, da quel punto di vista, avevo le spalle larghe. Comune, gira che ti rigira, un "balente" del paese mi compare alle costole. Era un tipo burbero e manesco, ma non mi faceva paura. Avevo tre fratelli più grandi, fior di cugini belli possenti, ed addirittura uno zio mago. Ovviamente non era un mago ma, si sa, nei paesi non conta ciò che sei, ma quello che gli altri dicono di te. E di quel mio zio, si diceva che sapesse elaborare maledizioni infallibili. Dunque potevo contare tanto sulla forza muscolare de miei parenti, quanto sulle credenze esoteriche e medievali.

Sapevo che il balente mi odiava, avevo sei orecchini, i cappelli ossigenati ed un berrettino rosa: per lui, una cosa inaccettabile. Io, sapendo di aver le spalle coperte, rallento nella discesa verso il fiume, al tipo sale il nazismo e comincia a suonare. Guardo nello specchietto retrovisore, lo vedo ringhiare, poi vedo la faccia di M. sghignazzare, mentre P. aveva gli occhi sbarrati e la bocca aperta, totalmente avulso dalla situazione. Calco l'acceleratore nella discesa, ma ad un certo punto ecco uno stupido incrocio. Tra noi comincia un dialogo calmissimo sul dove andare, destra, sinistra, destra, sinistra. Non potevo fermarmi per decidere, il balente era troppo vicino e se avessi rallentato mi avrebbe tamponato, ed io ero senza revisione e assicurazione. L'incrocio era ad ipsilon, destra no, sinistra no, vado al centro ed inchiodo tra le sterpaglie. Il balente ed i suoi seguaci ci guardano sorpresi, per loro quello era un colpo da maestro, un'illustrazione delle teorie di Gauss esposte con una semplicità sconcertante.

Tutto questo ci galvanizzò non poco, P ed M. esultavano con contegno, allora misi la prima e mi addentrai tra le sterpaglie. Dopo cinque secondi eravamo persi nella macchia, ed in breve tempo dovevamo farci trovare in vigna. i padrone della vigna Alfa, lo zio di un altro mio amico, ci osservava con curiosità dall'alto. Inaspettatamente becchiamo un anziano sull'appezzamento di terra, P. si espone e gli chiede delle informazioni sulla vigna di Alfa. L'anziano comincia a parlare, dunque io ed M. cominciamo a ridere, e poi comincia a ridere anche P., P. rideva in faccia al pover'uomo che continuava come se nulla fosse a darci delle informazioni che nessuno ascoltava. A quel punto non seppi resistere, lavorai rapidamente con un gioco tacco/punta ed entrai nella vigna del signore, persi il controllo della macchina, che sulla terra appena arata sembrava che sterzasse sul ghiaccio. Per puro miracolo riuscì a ritornare sulla strada, passando davanti al signore inorridito da tanta cruenta baldanza.

Non so come arrivammo alla vigna. Mi sembrava che avessimo fatto un viaggio lunghissimo, invece, avevamo percorso appena sei chilometri. Le risate ci avevano dato la forza per affrontare la giornata. Intanto M., sempre con gli occhiali sa sole ed un vago sorriso, mi disse "Hai visto, te l'avevo detto, hai visto?" In realtà, non capii mai sino in fondo che cosa volesse dire, la sua era come una piccola parabola zen, e tutte le interpretazioni erano valide. Intanto Alfa, il padrone della vigna, ci portò tre caffè, con lo sguardo di uno che rimpiangeva amaramente i suoi giorni di gioventù.

Vincenzo Maria D'Ascanio

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